BG Elynienar
250 anni fa...
Se una razza cade ve ne è sempre una a pronta a rinascere più forte... me le ripeteva sempre queste parole mia madre, Muliva, Matrona del Clan Urden di Menzobarranzan.
Sono la sua prima figlia, la prima figlia femmina di una casata potente e temuta, tanto famosa quanto odiata, insegnata fin da quando ne ho memoria ai precetti ed ai dogmi fondamentali del culto della Dea Ragno, a servirla ciecamente devota, mostrando la fede che deve essere tenuta da colei che, secondo i progetti, avrebbe un giorno preso posto a capo della casata, che a mia madre fosse piaciuto o meno, lei stessa era cosciente che sarebbe dovuto accadere, lo fece lei prima di me, è la nostra legge, la figlia uccide la madre e ne prende il posto.
Non era nei progetti di Lolth, io non facevo parte del suo disegno ne dei suoi capricci.
Mia madre, troppo debole, troppo tendente a dare fin troppa importanza a quell'idiota che si affiancò e scelse come proprio Ilharn, fortunatamente non era mio padre; nessuno poteva decretare da chi la prima figlia della casata dovesse provenire, nessuno poteva giudicare le scelte della matrona, nessuno tranne Lolth; la Dea ha sentenziato che io venissi dal seme del Malla Alur, figlia del Campione di Lolth.
50 anni dopo di me una sorella seguì ad allargare e rendere più potente la gloria di Lolth, un'altra Urden a calpestare il regno del sottosuolo per rendere il nostro Clan sempre più temuto e potente, lei figlia dell'ilharn.... e dopo di lei... un maschio, il terzo figlio era un maschio ed il suo destino era stato deciso fin da ancora prima che nascesse, Lolth lo comandava e nessuno era escluso.
Venorsh Urden apriva gli occhi a Menzobarranzan, ma non gli avrebbe richiusi su un altare per diventare sacrificio alla Dea Ragno.
Che sia dannata mia madre... debole... dal cuore fragile e dalla testa vuota... piena delle parole di quel maschio stupido a cui sempre chiedeva consiglio, avevo 60 anni al tempo, appena una ragazzina, ma mia madre non mi volle ascoltare, ero la sua Ulathttallar e non valsi niente quando davanti alla Dea tutto era in gioco.
Invece no, perchè lei volle accontentare l'Ilharn, lo amava quella stupida, non uccidergli il figlio maschio, ma farlo crescere ed allevarlo come servo e se davvero Lolth avesse decretato che non era all'altezza di restare vivo nel Buio Profondo se lo sarebbe preso Lei stessa.
Stupidi... avevano appena decretato la loro fine.
Venni scelta per fare da balia a Venorsh, mi toccava anche l'allevamento dei figli mentre mia madre si trastullava nella sua grandezza, non immaginando cosa la Dea avesse in serbo per lei.
La vendetta per i nemici è veloce ed indolore, quella per alleati e traditori è una lunga dolorosa agonia.
Lolth Tlu Malla.
Passavano gli anni, tanti quanti furono abbastanza per rendere Venorsh adatto ad entrare a far parte dell'accademia militare della cittadella, aveva poco più di 60 anni e se era sopravvissuto alla crudele dolcezza a cui lo avevo sottoposto per tutti quegli anni, l'accademia non lo avrebbe neppure sfiorato. E così fu.
Era diventato davvero un bel maschio, dannatamente bello e dannatamente pericoloso, un maschio di razza pura ed non ho mai caito se fosse benedizione o maledizione che lui sia mio fratello, anhe se solo a metà; il migliore dell'accademia, tanto che molti altri sargtlin si rifiutavano di duellare in allenamento con lui, codardi per la loro stessa vita e mia madre si godeva lo spettavolo, gustandosi la crudeltà e la ferocia del figlio, ringraziando la Dea per averglielo lasciato vivo e compiacendosi con se stessa per averlo creato e non averlo sacrificato, convinta che adesso il suo clan sarebbe stato il più potente e di conseguenza sarebbe divenuto quello dominante.
Venorsh divenne Generale delle Armate di Lolth.
La vendetta di Lolth stava per essere compiuta dal mio stesso sangue, carne della mia carne e quel che era peggio è che sapevo il volere di Lolth, il disegno sulla sua tela mi era chiaro, la casata sarebbe crollata, sarebbe stata distrutta ed io ero impotente davanti a tutto, potevo soltanto restare a guardare e mettermi in salvo prima che tutto si scatenasse.
60 anni dopo...
Mio fratello entrò nel palazzo di nostra madre, nella più completa tranquillità. Le guardie jalilen di palazzo bruciavano i loro occhi su di lui, qualunque femmina avrebbe pagato qualsiasi prezzo per avere la tigre indomita di Menzobbarranzan, ma Venorsh era sfuggente, inafferrabile, scivolava tra i corridoi come un'ombra, nel completo silenzio, un'attimo prima era dietro di me e l'attimo dopo non c'era più; mi sfiorava, mi baciava e spariva.
Ero Ulathttallar al tempo, ero la vice di mia madre, pronta a prendere i suo posto al solo gesto di favore di Lolth, ero la somma sacerdotessa del mio clan e la Dea mi aveva donato la premonizione degli avvenimenti. Mi chiusi nel Tempio del palazzo ed aspettai che tutto accadesse senza mai staccare gli occhi da quelli della statua che rappresentava la forma materiale di Lolth; metà orribile e magnifico ragno nella parte inferiore del suo corpo ed una stupenda Jalil nella parte superiore del corpo, scolpita nell'onice pura, occhi di fuoco e capelli di bianchissimo marmo, mi tendeva le braccia invitandomia lei e crudele mi mostrava nella mente cosa nelle stanze di mia madre stesse accadendo.
La vendetta di Lolth era compiuta, il clan era sterminato, tutti tranne me e mia sorella, nostro fratello non potè alzare le sue armi contro di noi, non osò entrare nel Tempio e uccidermi, non avrei fatto in tempo a fermarlo e lui questo lo sapeva ma dopotutto lo avevo cresciuto, sfamato ed educato ad essere un buon maschio, non stupido e irriverente come molti, ma intelligente ed ad usare la sua forza e la sua scaltrezza per ottenere ciò che voleva, mentre mia sorella provava emozioni probite per lui, qualcosa di troppo simile all'umana natura, anche lei debole come mia madre, ma innocua. Ci lasciò vive entrambe e ci portò via Menzobarranzan, ormai l'onta aveva coperto il nostro nome ed infangato la casata, per ripulirlo Venorsh sarebbe dovuto morire... ma era impossibile pensarlo, nessuno era in grado di ucciderlo, Lolth lo scelse per divenire la reincarnazione di Selvetarm, e lo è tuttora.
La Dea Ragno aveva trasformato un suo sacrificio nella sua peggiore arma di distruzione.
Vagammo per i cunicoli per molti anni ancora, senza ne una dimora fissa nè un regno dove poter mostrare alla Dea la nostra utilità in questa vita, ma la lotta contro gobllin, nani grigi e basilisti non fu da meno, Lolth lei ci volle vivi, tutti e tre, i suoi capricci non erano ancora finiti e la prossima a pagare sarei stata io.
Una jalil chiese potere in cambio di potere a Venorsh e lui glielo diede. Mio fratello divenne Ilharn del sottosuolo al fianco della Matrona Marea, mia sorella venne scelta per servire all'interno del tempio e divenire così una yathrin. Ed io? a me tocco la sorte peggiore e non ci fu nulla in grado di poterla cambiare. Venni allontanata dal palazzo della matrona su suo ordine stesso, mi temeva molto, aveva saggiato saggezza e astuzia che esistono solo in un prima figlia, solo in una futura matrona, ma non ha tenuto conto che sono anche una Urden e questo non poteva cambiarlo nessuno.
Venne stabilito che avrei servito Lolth sul campo di battaglia. Divenni la prima Drolnar (//assassina) della cittadella, una assassina scelta della Dea, capitano delle jalilen K'ryol (//guardie) reali e comandante delle legioni arciere, divenni una guerriera, la peggiore che potesse esistere in quel regno, avevo troppa rabbia dentro che non potevo sfogare e ce l'ho ancora.
Mio fratello regnava incontrastato uccidendo tutti coloro che tentavano di spodestarlo con infamie e sotterfugi, dimostrando di essere l'erede di Selvetarm e la sua stessa reincarnazione e questo lo rendeva più odiato e temuto.
Divenni Jabbress du'Killiam in pochi anni, il generale dell'accademia militare della cittadella, una Jalil guerriera esperta nelle armi che dava prestigio alla Matrona reggente al solo nominarmi. Elynienar Urden. Ma restavo una semplice guerriera e non una sacerdotessa di Lolth, la Dea mi tolse il potere della premonizione e fu come se mi rese cieca al suo volere, gettandomi più volte nell'istinto animale che nella ragione delle cose, e feci errori, tanti, ma non ho coscienza, non mi pento di nulla, niente tranne uno.
Vi era un maschio al servizio della Matrona, egli fu jabbuk prima che io prendessi il suo posto, ed egli divenne Malla Alur, il campione della cittadella. Lui fu il mio sbaglio più grande, il mio sbaglio più bello, il più pericoloso, che mi costò tutto, ma ero cieca e sorda alla volotà di Lolth e volevo il maschio migliore e quindi lo scelsi. Sarebbe stato mio sino a che Lolth lo avrebbe voluto.
Sono una Jalil, è mio dovere prima che diritto dare una stirpe a Lolth per la sua benedizione, ma questo non vuol dire amare, perchè qual'ora il maschio prescelto perdesse utilità o venisse ucciso in battaglia o dalla Dea stessa, lui sarà tornato nelle grazie di Lolth, coperto di gloria e di onore, mentre io morirei di dolore... ed in questo non vi è gloria nè onore; ma si dice che un Ilithyrri ami una volta sola nella sua vita, e quando accade lo farà con l'anima. Ci si renderà conto, presto o tardi, di quanto stia mostrando la sua debolezza agli occhi di chi può usarla come arma mortale, ma sarà sempre troppo tardi ed è accaduto.
Fu Lolth stessa a punire la mia debolezza, diedi troppa importanza a quel maschio, troppa considerazione e misi lui prima di tutto, anche prima della fede... e questo lei lo sapeva. Non era solo il mio maschio, era anche il mio maestro di spada, la mia guardia del corpo, il mio confindente ed amante, era utilità, piacere e protezione; fu troppo. Lolth non mi perdonò.
Lui morì ucciso dai seguaci del Mascherato, nei cunicoli della cittadella ed io persi la ragione per il dolore, Lolth mi aveva strappato quel pezzo di cuore dal petto che non sapeo di avere con le sue stesse mani e stava ridendo di me, tutto divenne insopportabile. Scappai lasciando la cittadella, in superfice alla ricerca di un dannato elfo di luce da portare in sacrificio alla Dea Ragno, per chiedere perdono, per chiedere la sua benedizione, per chiederli di ridarmi quel maschio, ormai indispensabile per la mia stessa protezione; non mi resi conto di tutto ciò sino al momento in cui tutto accadde. Trovai l'elfo e lo feci arrivare vivo, anche se con una freccia nel petto, sino al tempio sacro del sottosuolo. Io non fui da meno, venni colpita a mio tempo stesso da un dardo di dannato elfo.
Mia sorella nel frattempo divenne la Somma sacerdotessa del tempio, divenne la Ulathttallar, debola e stupida ma era la seconda femmina più potente e questo la rese pericolosa. Giurai di proteggerla per sempre da qualsiasi cosa e lei giurò di non ostacolare mai la mia strada. Un patto fragile come un vaso di vetro.
Prima di morire confidai al mio maschio ciò che avevo in mente da diverso tempo di fare, di poter avere anche io il prestigio che mi venne tolto tempo prima.
Lui mi tradì a mia insaputa, una notte di passione nelle stanze della Ulathttallar e raccontò ogni cosa a mia sorella, gelosa di me e di ciò che io avevo, lei non disse nulla a nessuno per il momento, quell'unico filo di scaltrezza che aveva lo avrebbe usato contro di me per non perdere ciò che era riuscita ad ottenere per se stessa.
Fu proprio lei a fare il rito del sacrificio nel tempio della Dea, la guardavo trastullarsi nel potere ottenuto, ottenni il perdono dalla Dea ma non il mio maschio, dovevo sopravvivere senza di lui ed ormai mi era chiaro il mio sbaglio, mi resi conto di aver infranto tutto ciò che mi venne sempre insegnato, non sarebbe mai più accaduto.
Un altro maschio prese il posto di Malla Alur, quando un maschio forte muore vi deve essere un altro pronto a sostituirlo, così vuole Lolth.
La Matrona aveva sete di potere, voleva estendere il suo dominio nelle viscere dei nani e prendersi le gemme di cui quel regno era ricco; si stabilì un piano di azione, vennero costruite armi e ristretti i cunicoli di modo tale da rallentare un tozzo e goffo nano, ma non un sargtlin ilithyrri <//guerriero drow>
Guidavo io stessa le ronde nei cunicoli espandendo di volta in volta gli accampamenti dei guerrieri, si mandavano i più deboli avanti in avanscoperta, coloro che non avevano ancora mostrato la loro utilità e la loro forza per servire le file armate della Velsharess, se ne sacrificavano una decina per salvarne un centinaio migliori di loro.
Mia sorella mi seguiva tramite gli incanti dal Tempio della cittadella e mi dovetti trascinare dietro quel peso morto della Yalathallar perchè la fede dei maschi non venisse mai meno e fosse presente qual'ora accedesse la cattura di qualche reietto e quindi all'esecuzione finale; la cosa che mi dava sollievo era che anche Venorsh era con me, così come l'attuale Malla alur, che nel frattempo era divenuto il maschio di mia sorella.
Diedi alla Matrona ciò che voleva, sfamai la sua voglia di potere ed estesi il suo dominio, temprata ormai sia nel fisico che nel carattere dalle guerre e dalla vita in mezzo a più di tremila maschi guerrieri che dovevo io stessa allenare e forgiare, comandare e farmi rispettare. Mi avrebbero seguito sino all'inferno, la loro vita per la mia e me ne resi conto molto presto.
Ora toccava a me prendermi ciò che volevo, diventare ciò per cui ero nata. Essere matrona.
Non volevo assoldare nessuno per il mio scopo, non volevo che vi fossero testimoni scomodi per quello che stava per accadere, ma non sapevo di quanto era accaduto tempo prima tra chi fu il mio maschio e mia sorella, prima che lui morisse. Lei stava solo aspettando che io mi muovessi e sapeva che lo avrei fatto.
Feci mettere delle ronde intorno al palazzo e feci distrarre le guardie reali, allentando i cancelli che chiudevano i recinti dei minotauri schiavi. Non passò molto che i minotauri ruppero le catene e l'intera guardia, compresi i miei soldati, furono impegnati a rimprigionare i minotauri o farsi ammazzare da loro, mentre io proseguivo lungo i corridoi delle stanze reali, sino a quella dove vi era la matrona.
Vi trovai la regina .... insieme a mia sorella. Lei sapeva ogni cosa dei miei piani e l'allarme dei minotauri la insospettì; mi toccava ucciderle entrambe ed invece mio fratello mi fermò, ma non mi uccise.
Venni imprigionata nelle segrete del palazzo, aspettando di essere giustiziata o di morire di stenti, senza ne cibo ne acqua, senza abiti indosso, torturata, frustata ed umiliata.
Mio fratello mi salvò una seconda volta, non so come e non so perchè, ricordo solo di essere a ridosso delle sue spalle, avvolta in un mantello; mi ha portato via dalle segrete, lungo i cunicoli, tutti sapevano quello che stava facendo, tutti lo vedevano e nessuno osò fermarlo o rallentarlo.
Abiti da viaggio, il mio piwfafi, una sacca di viveri ed una di acqua, il giuramento di non tornare mai più o mi avrebbe ucciso lui stesso.
Sia maledetta mia sorella, stupida, ingenua e pericolosa, farà la stessa fine di nostra madre.
Non so quanto ho vagato e non so che strade ho percorso, vago ancora senza meta e senza obblighi, tranne quelli che devo alla Dea Lolth.
E Venorsh? lui è e resterà la reincarnazione di Selvetarm, ogni tanto mi fermo, ascolto indietro, sento il suo piwfafi frusciare dietro di me, sento il suo profumo intorno a me, mi sta seguendo, sa sempre dove sono, sa sempre come arrivare a me, e mi verrà a prendere, per uccidermi o per darmi quella metà di lui che non mi appartiene, solo per me, lui è mio.
Skill da ricevere in caso di approvazione: esp in armi da tiro
allineamento: Malvagio/legale tendente Malvagio/neutrale
Aspetto fisico:
alta: 1.65 cm
capelli: lunghi bianco-argentati
occhi: grigi adamantini
pelle: grigia scura opaca
corporatura: giunonica
Carattere:
Guerriera nel corpo e nell'anima.
Calma e riflessiva, apparentemente garbata, taciturna in alcuni momenti, cerca sempre di trovare il modo migliore per ottenere ciò che vuole con la minima perdita, non è aggressiva a meno che non venga provocata.
Usa scaltrezza e ragione prima di ricorrere alla forza e studia sempre il proprio avversario per trovarne punti di forza e di debolezza, capire cosa evitare e cosa colpire.
Non mostra la propria rabbia e fervore al di fuori di uno scontro, considerandola come debolezza di spirito e tendenza alla follia, tenendo tutto chiuso dentro di se.
Ha una cieca fede per la Dea Ragno e ritiene i fallimenti come punizione divina per non aver adempiuto dovutamente ai propri obblighi di femmina.
Edited by Elynienar - 30/8/2009, 13:28